L’Europa ha approvato il nuovo regolamento sugli imballaggi per ridurre la plastica e gli imballaggi monouso. È un passo importante, ma il calendario di attuazione è lento, troppo lento rispetto all’urgenza di un’emergenza che è insieme ambientale e sanitaria. Mentre attendiamo che i divieti diventino operativi, continuiamo a produrre, usare e gettare contenitori destinati a durare pochi minuti e a restare nell’ambiente per secoli.
Il Regolamento (UE) 2025/40 sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea il 22 gennaio 2025, si applicherà in via generale dal 12 agosto 2026. L’obiettivo è ridurre progressivamente la quantità di imballaggi immessi sul mercato, favorire il riuso e il riciclo, contenere le emissioni di gas serra e il consumo di risorse, compresa l’acqua.
Si tratta di una cornice normativa ambiziosa, che segna un cambio di prospettiva: non basta riciclare, occorre prima di tutto produrre meno rifiuti.
Il punto critico è la tempistica. Le misure più incisive, a cominciare dalle restrizioni sui contenitori monouso utilizzati per il consumo immediato in bar, ristoranti e hotel, sono state spostate in avanti, con scadenze che si distribuiscono tra il 2030 e il 2040.
È qui che emerge una contraddizione evidente: si riconosce la gravità dell’emergenza, ma si rinviano le azioni concrete. Nel frattempo il modello “usa e getta” continua a funzionare a pieno regime, alimentando un flusso di plastica che raggiunge mari, suoli e perfino l’aria che respiriamo.
La dimensione sanitaria rende il ritardo ancora più difficile da accettare. Numerosi studi hanno rilevato la presenza di microplastiche e nanoplastiche nell’acqua, negli alimenti e nei tessuti umani. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha sollecitato ulteriori ricerche per comprenderne a fondo gli effetti, ma le ipotesi oggetto di studio sono già significative: infiammazione cronica, stress ossidativo, alterazioni del sistema immunitario e possibili ripercussioni sugli apparati cardiovascolare, respiratorio, digestivo e riproduttivo.
Di fronte a un quadro ancora in evoluzione, la strada più ragionevole è quella indicata dal principio di precauzione: ridurre subito le esposizioni evitabili, invece di prolungarle in attesa di certezze definitive.
Il rapporto tra imballaggi e alimentazione è strettissimo. Una parte rilevante della plastica che utilizziamo ogni giorno avvolge cibi e bevande, spesso prodotti ultra-processati pensati per il consumo rapido. Al contrario, la Dieta Mediterranea privilegia alimenti freschi, stagionali, locali e poco trasformati, che richiedono per loro natura meno confezioni.
Scegliere il modello mediterraneo significa quindi anche ridurre la propria impronta di plastica: filiera corta, mercati rionali, prodotti sfusi, cucina di casa. Una coerenza tra salute delle persone e salute del pianeta che è parte integrante del riconoscimento UNESCO.
Il cambiamento non deve necessariamente attendere i tempi della burocrazia. Ciascuno può iniziare oggi con gesti semplici:
Le regole europee sono un segnale necessario. Ma la vera transizione passa dalla consapevolezza collettiva: più saremo a scegliere meno plastica, più rapidamente il mercato si adeguerà, ben prima del 2030.