Con l’arrivo dell’estate i social si riempiono di consigli sull’alimentazione estiva: ricette miracolose, bevande “detox”, diete lampo per la prova costume, classifiche dei cibi da evitare e dei superfood da non perdere. Contenuti presentati come verità assolute, che in poche ore raggiungono milioni di persone. Ma la salute non ha bisogno di slogan: ha bisogno di conoscenza critica.
Basta che un tema legato alla salute diventi virale perché, in pochissimo tempo, si moltiplichino migliaia di contenuti contraddittori. Opinioni, video, commenti e reazioni si sovrappongono fino a rendere quasi impossibile distinguere ciò che è fondato da ciò che non lo è. È quella che viene definita infodemia: un eccesso di informazioni che, invece di chiarire, confonde e indebolisce il pensiero critico.
In estate il fenomeno si amplifica e l’alimentazione estiva diventa terreno fertile per le mode. Il tempo libero aumenta, cresce l’attenzione per il corpo e per la forma fisica, e il cibo diventa uno dei temi più condivisi online.
Negli ultimi anni il marketing alimentare ha cambiato volto. Accanto agli spot tradizionali si sono affermati influencer, creator e testimonial capaci di costruire un rapporto di fiducia con milioni di follower. Il messaggio commerciale non appare più come pubblicità, ma come il suggerimento di un amico: spontaneo, personale, credibile.
È proprio questa apparente spontaneità a renderlo così efficace e, allo stesso tempo, così insidioso. Le scelte alimentari rischiano di essere “colonizzate” da messaggi che rispondono a logiche di mercato più che a criteri di salute.
Un capo d’abbigliamento o uno smartphone possono essere acquistati per impulso senza grandi conseguenze. Il cibo no: entra ogni giorno nel nostro organismo e incide sulla salute, sulla qualità della vita e sulla prevenzione delle malattie croniche. Per questo la comunicazione alimentare dovrebbe rispettare standard di correttezza più elevati di quelli richiesti per altri beni di consumo.
In Italia il controllo dei messaggi pubblicitari è affidato in larga parte all’Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria (IAP), nato nel 1966, il cui codice richiede comunicazioni oneste, veritiere e corrette. Si tratta però di un organismo privato, sostenuto dalle stesse imprese che investono in pubblicità, e le sue regole sono state concepite in un’epoca molto diversa da quella dei social network.
Una revisione di queste regole, capace di tenere conto delle nuove forme di comunicazione digitale e della specificità del cibo, appare oggi necessaria.
In mezzo a tante mode passeggere, esiste un modello alimentare che non ha bisogno di slogan. La Dieta Mediterranea è sostenuta da decenni di ricerca internazionale e da circa 20.000 pubblicazioni scientifiche consultabili su banche dati come PubMed e ScienceDirect. È riconosciuta dall’UNESCO come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità ed è indicata tra i modelli alimentari più sostenibili al mondo.
Non promette risultati miracolosi in pochi giorni: propone un equilibrio duraturo, fatto di alimenti vegetali, stagionalità, olio extravergine d’oliva, pesce, legumi, convivialità e movimento.
La soluzione non è demonizzare influencer o social network, ma rafforzare la consapevolezza critica dei cittadini attraverso un’educazione alimentare scientificamente fondata. Alcune domande utili prima di seguire un consiglio trovato online:
Per un’alimentazione estiva sana, più che mai, vale la regola della semplicità: frutta e verdura di stagione, idratazione con acqua, pasti leggeri ed equilibrati. La vera tendenza da seguire è quella della conoscenza.